Il problema delle start-up italiane? Business model troppo lunghi

Il problema delle start-up italiane? Business model troppo lunghi

In un recente, ottimo articolo, Giuditta Mosca mette in luce, per Business Insider, tutti i limiti e i difetti del “fenomeno start-up” in Italia.

Sono 6.973 le imprese iscritte nel registro speciale delle start-up innovative. Tra queste solo 2.669 impiegano personale, generando nel complesso 8.669 posti di lavoro, con una media di 3,25 posizioni se consideriamo solo queste ultime, ma di 1,25 nel computo totale.

Il fatturato medio è di 122.600 Euro (-15% rispetto al terzo trimestre 2015).

Solo 42 startup ogni 100 raggiungono la zona utili.

Commenta così i dati Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup, associazione di categoria:

L’Italia si è rivelata una delusione dal punto di vista dello sviluppo dell’ecosistema. La mia è una visione critica rispetto all’Italia come Paese di non investitori, in particolare rispetto anche alle grandi famiglie imprenditoriali e ai grandi gruppi […] Abbiamo creato le condizioni per far nascere un sistema startup ma collettivamente non stiamo facendo abbastanza per dare a queste imprese l’occasione di svilupparsi. L’accesso al mercato è la condizione essenziale e perché si verifichi occorre innescare un circolo virtuoso di finanziamenti per accedere ai mercati internazionali.

In sintesi, si individua il problema nella difficoltà di reperire gli investimenti necessari alla crescita e allo sviluppo, soprattutto all’estero.

A mio avviso, invece, il vero problema sta nella visione di insieme dei business model, ovvero del modo con cui la startup intende fare soldi. Non possiamo permetterci business model lunghi.

 

Sognando a stelle e strisce: la cultura dell’investimento

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In Italia fatichiamo a comprendere la differenza tra una startup e una nuova azienda. Una startup è, secondo la definizione di Steve Blank, «un’organizzazione temporanea in cerca di un business model ripetibile e scalabile». Questo business model può prevedere un lungo tempo di bilanci in rosso per poi arrivare a utili esponenzialmente crescenti. Alcuni esempi da Oltreoceano: Facebook è nata nel 2004 e ha depositato il primo bilancio in attivo nel 2009; nello stesso anno nasce Uber che, invece, deve ancora traguardare all’utile. Come è stato ed è possibile?

Una serie di finanziatori ha creduto e crede nei loro modelli di business, iniettano capitali “scommettendo” su un importante ROI.

Si comportano esattamente quali sono, investitori finanziari: cercano investimenti ad alto rendimento, a medio-alto rischio, mettendo in conto possibili flop auspicabilmente compensati da uno o pochi grandi successi.

In Italia questa forma di predisposizione prima di tutto mentale e imprenditoriale è assai poco diffusa, per ragioni storico e culturali che rendono il nostro Paese completamente diverso dagli Stati Uniti.

E quindi che fare? Ovviamente lamentarsi non serve a nulla. Imputare responsabilità a terzi non aiuterà gli startupper. Come dice Julio Velasco:

lo schiacciatore non parla dell’alzata, la risolve.

Dobbiamo scordarci il tanto celebrato “modello Silicon Valley” basato su business model lunghi, ovvero che programmano utili a lungo termine.

 

Meglio poco e presto, che nulla e tardi

Mettiamo in pratica la creatività italiana: sviluppiamo business model corti e ciclici, in grado di generare in tempi brevi utili, anche limitati, da reinvestire in azienda per una crescita “a spirale crescente”.

Esistono già riferimenti importanti in termini di testi ed esempi relativi al concetto di MVP (Minimum Value Product) e di Agile Management: facciamoli diventare il solco nel quale sviluppare fin dall’inizio la nostra business idea.

Se non siamo autosufficienti, non facciamo l’errore di pensare che il tessuto economico e finanziario sia diverso da quel che è, perché in quel caso la responsabilità sarà nostra e non di altri.

In Italia si può fare start-up? Sì, se smettiamo di lamentarci e di illuderci e affrontiamo la sfida con una nuova lucidità e con la stessa determinazione e lo stesso slancio dei piccoli imprenditori nel dopoguerra: idee, strategia, pianificazione e maniche rimboccate.

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