Sai cos’è lo skill mismatch?

Sai cos’è lo skill mismatch?

Una brutta parola per raccontare della differenza tra le competenze delle persone e quelle che le persone dovrebbero avere per fare bene il proprio lavoro.

Ebbene… l’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo, davanti a Spagna, Repubblica Ceca, Irlanda e Austria.

Il 17% degli italiani fa un lavoro per il quale non è qualificato.

 

2 tipi di mismatch: definizioni e conseguenze

Il mismatch può essere di due tipi:

  • Le persone possono essere over skilled, ovvero possono essere più competenti di quello che sarebbe necessario, il che significa che fanno un lavoro che non li realizza e quasi sicuramente non li motiva, un lavoro che devono fare per mantenersi, magari in attesa di riuscire a fare ciò per cui hanno studiato. L’11% dei lavoratori italiani è over skilled
  • Le persone possono essere under skilled, ovvero meno competenti del dovuto. In Italia 6 lavoratori su 100 sono under skilled: non hanno le competenze per fare ciò che fanno. È tanto? È poco? Considerate che la media OCSE è del 3,80%, che la Germania registra l’1,38%, il Giappone il 3,10% e l’Austria l’1,30%.

Quali sono le conseguenze di tutto ciò?

  • il lavoratore viene retribuito meno di quanto meriterebbe, se impiegato in lavori per cui possiede competenze in eccesso (over skilled)
  • Complicazione nel processo di selezione e assunzione, se non in possesso delle competenze richieste (under skilled)
  • Riduzione della soddisfazione lavorativa (in entrambi i casi)
  • Fuga dei talenti perché le posizioni che potrebbero assumere nelle aziende sono occupate da persone under skilled che però godono di tutele del posto di lavoro (ad esempio tutele sul demansionamento)
  • Perdita di produttività e competitività delle imprese

Allora ben si capisce che le aziende in difficoltà o in fase di contenimento dei costi che decidono di tagliare sulla formazione interna o che cercano profili meno qualificati e quindi più economici nel mercato del lavoro, si comportano come quelli che vogliono fermare il tempo bloccando gli orologi.

Si innesca un circuito vizioso che peggiora le performance aziendali senza via d’uscita.

 

Cosa possiamo fare di fronte a questo scenario così poco rassicurante?

Provo a lanciare tre parole d’ordine che hanno il peso specifico dell’uranio.

  • Libertà: vedo un futuro con più liberi professionisti e meno dipendenti. Maggiore agilità, maggiore verticalità, maggiore pressione concorrenziale, maggiore auto imprenditorialità
  • Responsabilità: è l’altra faccia della medaglia della libertà. Non credo ormai da molti anni al ruolo dei sindacati, non dobbiamo aspettarci che siano le aziende a formarci, dobbiamo prendere in mano il nostro vero patrimonio professionale, le competenze e averne cura
  • Meritocrazia: sei libero di formarti, hai in capo a te la responsabilità di farlo. Non l’hai fatto? Sei ancora under skilled? Esci dall’azienda e fai spazio a uno giovane, più competente e affamato. Il bene comune (la competitività dell’azienda) viene prima del bene personale (il posto fisso).

Sembra una sfida impossibile? Forse, ma non vedo grandi alternative al vedere il nostro Paese sempre più vecchio, sempre meno competitivo, sempre più rancoroso.

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