Sono responsabile di ciò che capisci, non di quello che dico

Sono responsabile di ciò che capisci, non di quello che dico

Molti di voi avranno visto in Facebook e in altri social il meme che dice esattamente il contrario del titolo di questo post: sono responsabile di ciò che dico, non di quello che capisci.

Uso spesso questa citazione per marcare in modo netto quella che ritengo essere una linea forte di demarcazione tra la comunicazione professionale e la comunicazione amatoriale.

[ctt template=”5″ link=”4lErC” via=”no” ]Il comunicatore professionista deve assumersi la responsabilità del risultato. via @francescosordi[/ctt]

In termini semiotici possiamo dire che l’emittente deve assumersi la responsabilità che il contenuto del messaggio venga correttamente decodificato dal ricevente.

 

Il comunicatore professionista non cerca alibi

Non è il cliente a dover capire, non è il mercato a dover recepire il messaggio, non sono gli studenti o i partecipanti a un corso a dover comprendere.

È sempre e solo il comunicatore professionista a dover spiegare, a dover essere chiaro, a fare in modo che il messaggio venga codificato in modo semplice e diretto per i destinatari, che non sono e non possono essere tutti uguali.

Il comunicatore professionista non si lamenta che “il mercato non era pronto”, “il cliente non capiva nulla”, “il cliente è ignorante”.

Sembra facile? Provate a contare quante volte un professionista, o sedicente tale, nello spiegare qualcosa chiede al suo pubblico: “Avete capito”?

Siamo noi a dover farci capire, non gli altri a dover comprendere!

Il marketing, quello ben fatto, ha lo sguardo fisso al cliente nella ricerca costante di comprendere e soddisfare al meglio i suoi bisogni e, al contempo, lo sguardo rivolto a sé stesso per la valutazione dell’efficacia delle azioni.

Molto spesso, invece, aziende e professionisti si comportano esattamente al contrario: pretendono che gli altri, i clienti, recepiscano con favore una soluzione che loro hanno progettato nel loro ego e, se ciò non succede, attivano il meccanismo del “genio incompreso”, del sentirsi “troppo avanti”.

Stare al passo del cliente è esercizio di umiltà e di saggezza.

Mi piace talvolta fare il paragone con l’essere genitore. Non possiamo pretendere che i bimbi appena nati mangino e dormano quando noi lo facciamo, né che abbiano i nostri ritmi di vita. Sono i genitori ad adattarsi a loro e, per farlo, sviluppano un sistema di ricezione dei segnali molto fine. Tipico è l’esempio delle mamme (ma anche di molti papà) che di notte si svegliano appena il bimbo cambia ritmo del respiro.

Allo stesso modo, il buon genitore mai incolperebbe il bimbo perché piange, ma piuttosto fa di tutto per capire come fare per dargli sollievo.

Ciò non significa immaginare i clienti come infantili. Il paragone vuole essere un monito per l’attenzione e la cura che poniamo nei confronti dei clienti.

Se ci disturba il fatto che i bambini possano cambiare le nostre routine…beh…potevamo fare a meno di metterli al mondo.

Se ci disturba il fatto che il cliente non sappia, non sempre capisca, non sempre sia pronto…beh…possiamo cambiare mestiere!

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One Comment

  1. […] senso letterale del termine (e-ducere = condurre, accompagnare). Come sì è detto in precedente post: sono responsabile di ciò che capisci, non di ciò che […]

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