Combattere la zona di comfort: la grande sfida tra Don Chisciotte e Sancho Panza

Combattere la zona di comfort: la grande sfida tra Don Chisciotte e Sancho Panza

Mi descrivo come un Sancho Panza che si ritrova suo malgrado a fare una vita da Don Chisciotte.

Sono sempre stato un grande estimatore del romanzo di Miguel de Cervantes, che ho letto dopo essermi innamorato della canzone “Don Chisciotte” di Francesco Guccini. Quella canzone ha sempre parlato a me, sembra scritta per me, così come parla a tutti coloro che vivono in bilico tra la loro zona di comfort e le sfide da cogliere.

In ognuno di noi convivono i due personaggi che girano per la Mancia: da una parte Don Chisciotte, fiero, orgoglioso, ambizioso, sognatore, ideale; dall’altra Sancho Panza, umile, pragmatico, realista. Il primo mira all’autorealizzazione, a lasciare un’impronta nella propria vita, il secondo punta a soddisfare i bisogni alla base della piramide e a vivere un’esistenza decorosa senza troppi rischi.

Nella mia vita ho spesso sentito le due voci che tra loro litigavano. Per molti anni ho dato molta più retta al contadino pacioccone, negli ultimi anni, non per merito mio, ho ascoltato di più il cavaliere tanto valoroso quanto matto da legare.

Tre sono i passaggi della canzone che mi ripeto spesso nella mente. Il primo, pronunciato da Don Chisciotte, recita:

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto

Per me, che di libri ne ho letti e studiati tanti, rappresenta l’invito a uscire dalla zona di comfort e fare qualcosa di nuovo, qualcosa di mio, forse anche di rischioso certo, ma anche capace di mettermi completamente in gioco.

Il secondo passaggio, invece, è proprio alla fine della canzone, un bellissimo dialogo tra i due personaggi, tra il realismo e l’idealismo.

Mio Signore, io purtroppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Viviamo in un tempo complicato. Molti si chiudono nel proprio piccolo orticello con un senso di impotenza verso i grandi problemi come l’integrazione, i flussi migratori, il surriscaldamento globale: il male ed il potere hanno davvero un aspetto così tetro.

L’ultima strofa è meravigliosa perché, dopo un lungo dialogo fatto di batti e ribatti, è l’unica a essere cantata insieme dai due protagonisti. Rappresenta anche la conclusione che spero tutti scelgano di intraprendere, anche i Sancho Panza come me:

Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte!

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